domenica 15 agosto 2010

Domitilla

Con una mano mi cerca, con l'altra mi respinge.
Con le parole mi rifiuta, dice che non sono il suo destino, mentre con le labbra mi implora di restare.
L'amore è traditore, non lo siamo noi. Non siamo noi ad aver cercato la differenza e l'impazienza fuori dalle nostre mura. Le mie mura poi erano così belle, maestose, immense. Non sembravano affatto una prigione. A momenti rivelavano d'esserlo, ma senza fare troppo male, senza stringersi addosso.
Cosa hanno a che fare le persone con l'amore? Questo doppiogiochista imbroglione cosmico, che ci fa credere che siamo noi a far sussistere la sua bellezza, che essa viva in noi e attraverso noi dispieghi tutta la sua magnificenza in un'apertura alare che ci avvolge tutti interi, noi e le nostre prigioni.
Cazzate. Romantiche, ma cazzate.
Il tradimento non è una scopata. Se così fosse sarei una santa immacolata.
Invece sono la peggio cagna in calore che conosco, perchè a prescindere da quanto sto bene col mio uomo io sono capace di innamorarmi di un altro in meno di trenta secondi. Sono una specialista. Ho sviluppato un fiuto e una particolare destrezza nel cercare, scovare, stanare e illuminare quella particolare fossetta sul viso, quella singolare vena sul braccio, quella introvabile ruga sotto al mento che mi fa perdere completamente la capacità di rimanere una dignitosa donna matura avviata verso la santità. E poi diventa tutto un brulicare di pensieri, colori, poesie, brandelli di pelle sfiorati, un'orgia di brividi e labbra mordicchiate, lo stomaco si attorciglia, sussulto appena suona il telefono, nell'ombra della notte nello stesso letto in cui dormo fedele col mio uomo, dall'altro lato disegno i confini del suo corpo e sono lì con entrambi, ma solo da uno mi lascio abbracciare e sfiorare. Non dallo sposo.
E poi lui mi dice che è sbagliato, che non deve baciarmi, e fa il sant'Antonio nella grotta contro tutte le tentazioni dell'inferno. Ma come faccio a fartelo capire? Che non siamo noi a tradire. E' l'Amore il re dei traditori.
Che cos'è una scopata al confronto? Poveri piccoli ingenui, voi che non avete idea.

domenica 1 agosto 2010

Teresa

Una sera quell’estate aveva appuntamento con Alvaro. Lei si sentiva particolarmente romantica, e gli chiese di andare a passeggiare sulla spiaggia per guardare le stelle insieme. Montarono sul motorino e lui la portò a Ostia. Passeggiarono un po’ sul lungomare. Teresa, scalza, teneva in mano i suoi sandali. Lui sembrava nervoso e Teresa pensò che si sentisse timido di fronte al romanticismo che lei emanava. Le fece tenerezza. Si sedettero su una sdraio della spiaggia privata. In lontananza si sentiva la solita chitarra sulla spiaggia, canzoni di Battisti. “Sì, viaggiare”. Lei guardava l’orizzonte. Lui si avvicinò di più. Col viso attaccato al suo le disse “Come sei bella Terè”. Lei sorrise timida, giocava a fare la timida. Poi sentì una mano indugiare sulle sue gambe. Lui cominciava a baciarle il viso e a ripetere quanto era bella, ma in modo sempre meno dolce, e intanto la sua mano cominciava a salire sotto la gonna. Non era la prima volta che lo faceva. Teresa all’inizio era curiosa, quando lui cominciava , ma a mano a mano che lui diventava meno dolce e più animalesco, si sentiva a disagio e allora si divincolava e gli diceva di smetterla. Una volta gli aveva tirato uno schiaffo. Ma quella sera Teresa non gli disse di smetterla. Continuava il suo gioco della timidezza, non sapeva bene neanche lei cosa stesse facendo. Voleva giocare un po’ più del solito, andare un po’ oltre. Magari poteva piacerle. Non voleva fare l’amore, le sembrava scontato che non sarebbe successo, non così, all’improvviso. Quella era una cosa che doveva succedere in un giorno speciale, doveva essere tutto speciale. Lei sarebbe stata perfettamente depilata, avrebbe fatto un bagno caldo nel pomeriggio, si sarebbe profumata cn una crema al mughetto, e avrebbe indossato un completino intimo nuovo che poi avrebbe conservato per sempre. In ogni caso, pensava che magari non c’era nulla di male a lasciarsi toccare un po’. Lasciò fare, lui si mise su di lei, trafficò un po’ con i suoi jeans, ma lei teneva chiusi gli occhi, non sapeva cosa stava succedendo, si sentiva rapita… Pensava a come era bello sentirsi amata, sentirsi bella, si sentì un po' bambina, pensava a quando faceva la smorfiosa con la sua famiglia e tutti ridevano e le facevano le feste... Sentì uno strappo, lui che premeva su di lei, fu un attimo. Il dolore la riportò nella realtà, provò a divincolarsi, ma lui era forte e pesante. Provò a dire no, ma lui non sembrava sentire, continuava a ripetere “quanto sei bella Terè”. Durò forse tre minuti, poco di più. Quando lui si alzò Teresa ancora non capiva cose era successo. Aveva gli occhi sbarrati, era tutta occhi. Lui si sistemò, le porse la mano, la fece alzare. Poi disse: “Mo te sei sporcata, vedi.. ma pure te, te fai sverginà cor vestito bianco.” Lei lo guardò con le lacrime agli occhi. Lui la abbracciò. A modo suo era tenero. Le disse “Bella Teresona mia, che mò piagne, se commuove. T’è piaciuto Teresò? Vedrai che te piace di più domani”. Teresa non disse una parola tutta la sera. Arrivata a casa, scivolò in bagno, tolse il vestito, vide delle macchie di sangue vivo, rosso, quasi annacquato. Lo mise a bagno in una bacinella, ci buttò dentro di tutto: omino bianco, dash, vernel. E strofinò a lungo.